Hokum, la paura costruita in tre settimane da Adam Scott e Damian McCarthy
Hokum, un horror claustrofobico costruito in tre settimane da Adam Scott e Damian McCarthy.

Il film Hokum, diretto da Damian McCarthy e interpretato da Adam Scott, è nato da una sfida: creare una tensione horror costante e coinvolgente in soli tre settimane di riprese. La paura, come spiegano i protagonisti, non è stata semplicemente scattata, ma costruita con cura, passo dopo passo, per trasmettere una sensazione di angoscia senza fine. Il risultato è un’esperienza cinematografica che si distingue per la sua atmosfera claustrofobica e la sua ambientazione fuori dal tempo, che sembra non appartenere a un’epoca specifica.
Una tensione calibrata, senza valvola di sfogo
Il regista Damian McCarthy ha spiegato che la costruzione del film si basa su un approccio molto pianificato, con storyboard dettagliati che hanno permesso di variare gli strumenti di paura. “Non si tratta solo di creare tensione per un certo periodo di tempo e poi rilasciarla”, ha detto. “La tensione costante è importante, anche quando si accumula senza trovare una valvola di sfogo.” Questo metodo ha permesso al pubblico di rimanere in uno stato d’ansia costante, senza mai trovare un sollievo. Per McCarthy, questa è la formula che rende Hokum un’esperienza unica.
Adam Scott, il protagonista che si costruisce la paura
Adam Scott, che interpreta il protagonista Ohm Bauman, ha raccontato come abbia dovuto affrontare una sfida particolare: trascorrere tre settimane da solo in una stanza, senza interruzioni. “È stata una sfida particolare, ma anche molto divertente”, ha detto. “Abbiamo avuto il lusso di girare in ordine cronologico, il che ha permesso di calibrare con precisione i diversi livelli di tensione: il personaggio spaventato, poi spinto all’azione, poi sconfitto.” La recitazione di Scott è stata intensa e precisa, con un’evoluzione emotiva che ha reso la sua performance memorabile. Il regista ha anche sottolineato come la stanza in cui si svolge gran parte del film abbia un ruolo fondamentale. Volevamo che quella stanza raccontasse la propria storia. “Non volevamo che la recitazione rimanesse piatta su un unico livello per tutto il tempo.” Questo approccio ha reso il film un’esperienza immersiva, in cui lo spettatore si sente coinvolto nel percorso emotivo del protagonista.
La scenografia di Hokum è un altro elemento chiave del film. “Per la scenografia abbiamo cercato di mantenere volutamente vaga l’epoca in cui è ambientato il film”, ha spiegato McCarthy. “Nel film c’è un computer portatile, ma non ci sono cellulari. I costumi non appartengono a un periodo storico specifico.” Questo ha dato al film un’atmosfera unica, che sembra non appartenere a un’epoca definita, ma a un’idea di tempo distorto. L’hotel e l’ambiente in cui si svolge la storia sono stati progettati per creare una sensazione di claustrofobia e di isolamento totale.
Un momento particolare delle riprese è stato l’ingresso nella Honeymoon Suite, un set costruito da zero. “Era un set a stanza singola, ma non la classica struttura teatrale aperta con la troupe attorno”, ha ricordato McCarthy. “La mattina entravamo sul set passando attraverso un armadio che scorreva di fianco al letto a baldacchino. Una volta chiuso, ci ritrovavamo intrappolati in quell’ambiente buio per tutto il giorno.” Questo dettaglio ha reso la sensazione di isolamento ancora più intensa, tanto che anche il regista ha trovato divertente l’esperienza.
Il successo di Hokum, quindi, non è solo il risultato di una buona sceneggiatura o di un’ottima recitazione, ma anche della sensazione provata da chi l’ha realizzato. E se il film funziona così tanto, è proprio per questa sensazione provata prima di tutto da chi l’ha realizzato. Un’esperienza che ha lasciato un’impronta profonda su chi ha visto il film e su chi lo ha realizzato.
